Perché scrivo
Sono cresciuta in case piene di libri. La nonna paterna, con cui trascorrevo molto tempo, era un’insegnante di italiano con libri in ogni angolo della casa. Ricordo che leggevo sempre, in ogni momento, e pretendevo di leggere anche mentre mangiavo.
All’età di 6 anni trovai una vecchia macchina da scrivere Olivetti in un armadio della nonna. Affascinata da questo strumento a me sconosciuto, iniziai a usarlo senza capire le sue potenzialità.
Ma ben presto la Olivetti diventò la mia migliore amica e io iniziai a scrivere.
Più tardi avrei avuto anche una di quelle macchine da scrivere elettroniche a metà tra una Olivetti e un computer, e avrei scritto un romanzo giallo di cento pagine del quale avevo un sacco di appunti, perché avevo visto che Jessica Fletcher nello scrivere i suoi romanzi gialli teneva note e osservazioni, e anche perché la trama mi era sfuggita di mano e dovevo tenerne insieme i pezzi in qualche modo. 😝
Il liceo classico ha fatto il resto.
Con l’avvento dei blog, ho continuato a scrivere.
Oggi scrivo per professione, benché la scrittura non sia la parte principale della stessa.
Perché scrivo oggi?
Bè, sarei ipocrita se non ammettessi che ho voglia, da sempre, di essere letta.
Per questo il mio spazio è come il mio libro.
E perché non ho mai scritto un libro? Perché mi manca il metodo, credo, ma non solo. Iniziavo a buttare giù qualcosa ma, a un certo punto, mi bloccavo; forse nello scrivere stavo scoperchiando emozioni e sensazioni troppo forti.
Sentivo, infatti, un disagio che non sapevo ricondurre e non lo affrontavo, per cui terminato l’entusiasmo iniziale lasciavo tutto lì.
Oggi capisco che era ansia da palcoscenico: l’idea che quello che scrivevo potesse essere letto mi dava disagio e pudore.
Qui affronterò anche questo.
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